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Mineia M. f. La nobile signora di Paestum (terza ed ultima parte)

Mineia, solitaria e saturnina donna depositaria dell’honos e della virtù familiare, riflette anche nella sua vita la condotta perfetta che si richiede alla moglie ideale di età augustea

16/05/2016, 12:12 | Arte e Cultura

La dea è a tutta evidenza Bona Mens, mentre l’edificio, nella schematicità dei portici su due piani, riporta al modo convenzionale con cui si rappresentata la Basilica. Certo è difficile non cedere alla tentazione di pensare che Mineia volesse identificarsi con la dea stessa, così come Livia fu associata a Pietas su un dupondio bronzeo (moneta da due libbre).
Mineia non è certamente un esempio isolato. Le fonti storiche e archeologiche ricordano diverse donne di prestigio che intesero imitare Roma concorrendo alla costruzione o alla ricostruzione di edifici pubblici, come ad esempio Eumachia a Pompei. Lo stesso, le “gallerie” di ritratti di intere famiglie sono una caratteristica non rara in epoca augustea in molte città romane, come a Ercolano. 
Tuttavia un esempio similare si trova proprio a Paestum e interessa un intervento edilizio in un’area extraurbana della città per opera di due sacerdotesse, madre e figlia, Sabina, moglie di un Flacco e Valeria C. f., moglie di un Sabino. Si tratta del santuario di Santa Venera, dedicato a Venere - Afrodite ed esistente fin dagli inizi del VI sec. a.C.
La divinità adorata ha dapprima connotazioni greche, ma con il tempo prende caratteristiche più specificatamente romane, quelle della Venus Genetrix ovvero della capostipite della gens Iulia, la famiglia di Cesare, che viene divinizzata, rendendo anche questo culto finalizzato all’esaltazione del potere personale. Le due sacerdotesse danno impulso al culto tra la fine della repubblica e l’inizio dell’impero, nello stesso scorcio di tempo in cui operò Mineia. 
Un’ipotesi avanzata da Mario Torelli sarebbe che Sabina fu anch’essa moglie di Caio Cocceio Flacco e Valeria la figlia. Mineia quindi sarebbe la seconda moglie.
Si tratta di una possibilità che lascia spazio a ulteriori e affascinanti speculazioni. Le opere evergetiche delle donne, di Mineia e di Valeria con Sabina, divergono sia come significato sia come peso in termini di prestigio sociale.
Mineia destina il suo denaro a opere intra-muranee, perseguendo finalità di ordine spiccatamente politico e sociale, esibite ed evidenti. Sabina si dedica invece ai rifacimenti di un luogo sacro extra-muraneo, con connotazioni di natura certamente politica e non solo religiosa, ma comunque in un modo più appartato, meno esibito.

Di là dalle spiegazioni di tipo storico, ove sono in gioco volontà di potere e dimostrazione della propria munificenza, cosa possiamo dire di più. Possiamo tentare una lettura psicologica delle azioni svolte dalla seconda moglie del senatore, Mineia, rispetto alla prima, Sabina? Non potremmo vederci una sottile soddisfazione, una sorta di competizione per cui, al ripescaggio dell’antico culto venusiano quale simbolo di progenie di tutto il popolo romano e posto in area extraurbana operato dalla sacerdotessa, si contrappone un atto non solo di imitazione ma di una propria identificazione, dove il modello ricalcato è addirittura Livia - moglie di Augusto, madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone - attraverso la riproposizione del ritmo binario dei medesimi edifici del Foro: porticus Liviae - aedes Concordiae a Roma / basilica Mineiae – aedis Mentis Bonae a Paestum?   Se il marito fosse con certezza lo stesso Flacco direi proprio di sì.
Mineia ricostruisce e decora la Basilica con le statue della sua famiglia, che diventa quasi un edificio di “culto civile”, un “larario pubblico”, fatto per celebrare il potere di una gens.  Il pensiero corre subito a Roma, come più volte è stato ribadito, all’esempio di Livia e quindi a tutte quelle divine personificazioni delle “virtù imperiali” che diventano nel tempo centrali e sempre più numerose: Concordia, Pax, Salus, Pietas, Victoria ecc.

Mineia sopravvive al marito, al fratello, al figlio Iustus, e forse anche al nipote Aequus. Rimane sola a testimoniare la memoria del marito e della famiglia. Intorno al 20-10 a. C. costruisce un monumento quale simbolo del potere acquisito, ma anche segno del rammarico per quello che i suoi uomini avrebbero potuto ottenere e che la morte ha interrotto.
Si tratta di una vedova che sceglie di restare in perenne lutto, pietrificata dal dolore come la sua stessa statua, che colloca tra i ritratti dei suoi morti. Mineia, solitaria e saturnina donna depositaria dell’honos e della virtù familiare, riflette anche nella sua vita la condotta perfetta che si richiede alla moglie ideale di età augustea. Non il protagonismo punito di una donna fatale come ad esempio era stata Cleopatra, ma il pudore di chi sembra contentarsi di vivere apparentemente di luce riflessa come Livia, madre silenziosa e virtuosa, destinata dopo la sua morte a essere divinizzata dal figlio Claudio.

Chissà se dalla sua casa Mineia sentiva il profumo delle celebri rose pestane, il magnifico fiore che qui fiorisce rosso e odoroso due volte l’anno, cantato da Virgilio, Orazio e Properzio.


Abbreviazioni

AE:
Année épigraphique

ILP:
M. MELLO – G. VOZA, Le iscrizioni latine di Paestum, Napoli 1968.

GRECO – THEODORESCU 1980 :
E. GRECO – D. THEODORESCU, Poseidonia-Paestum 1: La curia, vol. 1, Roma 1980, Collection de l’École française de Rome 42.

MELLO 1968:
M. MELLO, Mens Bona. Ricerche sull’origine e sullo sviluppo del culto, Libreria Scientifica Editrice, Napoli, 1968.

PEDRONI 2000:
L. PEDRONI, Interrogativi sulla magistratura monetaria in età post-annibalica, in: “Dialogues d’histoire ancienne”, vol. 26 n. 1, 2000. pp. 129-149.

TORELLI 1981:
M. TORELLI, M.: C. Cocceius Flaccus, senatore di Paestum, Minea M.F. e Bona Mens, in “AnnPerugia” 18 (1980-81), pp. 103-115.

TORELLI 1996:
M. TORELLI, Donne, domi nobiles ed evergeti a Paestum tra la fine della Repubblica e l'inizio dell'Impero, in: Les élites municipales de l'Italie péninsulaire des Gracques à Néron. Actes de la table ronde de Clermont-Ferrand (28-30 novembre 1991), Collection de l'École française de Rome 215, pp. 153-178.

TORELLI 2004:
M. TORELLI, La basilica di Ercolano. Una proposta di lettura, in “Eidola” 1 (2004), pp.  117-149.

Maria Milvia Morciano
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